Roma è una città che non dimentica. O meglio, che non dovrebbe dimenticare. Le sue strade, i suoi monumenti, i suoi sampietrini hanno assorbito secoli di storia, di conflitti, di ideali che si sono scontrati. Ed è proprio in questa memoria collettiva, in questo tessuto urbano intriso di passato, che irrompono periodicamente manifestazioni che suonano come una stonatura, un’offesa ai principi su cui la nostra Repubblica è stata fondata. L’ultima in ordine di tempo è stata un’adunata che ha richiamato nella Capitale “camerati da tutta Europa” con l’obiettivo dichiarato di dare vita a un “nuovo ordine cristiano”.
Al di là della retorica e della provocazione, un evento di questo tipo non può essere liquidato come una semplice riunione folkloristica di nostalgici. Si tratta, invece, di un segnale preoccupante, che merita un’attenta analisi e una contestualizzazione precisa. Innanzitutto, il riferimento al “nuovo ordine cristiano” non è affatto casuale. In un’epoca di profonde incertezze globali e di crisi identitarie, alcune frange dell’estremismo di destra cercano di saldare un’ideologia politica ultranazionalista e autoritaria con una lettura distorta e strumentale della fede religiosa. Questo tentativo di appropriazione del sacro per fini politici non solo è pericoloso, ma è anche un oltraggio ai valori di tolleranza e inclusione che dovrebbero essere alla base di ogni credo.
Roma e la sfida della memoria storica
La scelta di Roma come palcoscenico per simili manifestazioni non è, ovviamente, un caso. La Capitale, con la sua stratificazione storica e il suo status di città eterna, è da sempre un simbolo potente, un crocevia di culture e ideologie. Ma Roma è anche la città che ha visto la nascita del fascismo, la marcia su Roma, le leggi razziali, la Resistenza e la liberazione. È la città in cui il sacrificio di figure come Don Pappagallo e le Fosse Ardeatine risuonano ancora come un monito perenne. Permettere che simboli e slogan che richiamano apertamente a un’ideologia totalitaria e discriminatoria vengano ostentati nelle sue piazze, significa sfidare apertamente questa memoria storica.
È fondamentale comprendere che il neo-fascismo, nelle sue variegate manifestazioni, non è un fenomeno statico o ancorato unicamente al passato. Si evolve, si adatta, cerca nuove narrazioni e nuove basi di consenso, spesso sfruttando il disagio sociale, la disinformazione e la polarizzazione politica. L’aspetto “europeo” di queste adunate, con la presenza di gruppi da diversi paesi, evidenzia una tendenza preoccupante alla creazione di reti transnazionali di estremismo, che si scambiano idee, strategie e supporto reciproco.
Come deve reagire una città come Roma di fronte a simili provocazioni? La risposta non può limitarsi alla sola condanna verbale, pur necessaria. Richiede un impegno costante e multiforme. Innanzitutto, è fondamentale un’azione decisa delle istituzioni per garantire il rispetto delle leggi che vietano l’apologia del fascismo. Ma oltre all’aspetto repressivo, è cruciale investire nella cultura della memoria e dell’antifascismo. Le scuole, le associazioni, i centri culturali devono continuare a promuovere la conoscenza della storia, a educare i giovani ai valori della democrazia, della libertà e del rispetto reciproco. Le storie dei quartieri, le iniziative cittadine che mantengono viva la memoria della Resistenza, gli eventi culturali che celebrano la diversità e l’inclusione, sono tutti tasselli fondamentali di questa risposta civica.
Roma è una città aperta, tollerante, ma non può e non deve essere indifferente di fronte a chi cerca di erodere le fondamenta democratiche. La vigilanza è un dovere civico e la risposta a chi inneggia a un “nuovo ordine” che sa di vecchio e di violenza deve essere chiara e corale: la nostra storia ci ha insegnato che certi errori non vanno mai ripetuti.